
Ururi: cultura arbëreshë e adrenalina con la corsa dei carri
Nel cuore del Basso Molise, tra colline coltivate e silenzi che sanno di campagna autentica, Ururi custodisce un’anima speciale. Qui, infatti, la cultura arbëreshë, condivisa con Campomarino, Portocannone e Montecilfone, non è solo memoria storica, ma lingua, tradizioni e identità che vivono ancora nel quotidiano.
Accanto a questa eredità secolare esplode ogni anno uno degli eventi più travolgenti della regione: la corsa dei carri, una sfida carica di adrenalina, fede e orgoglio popolare che trasforma il paese in un palcoscenico di emozioni.
Ururi è così: un luogo dove la storia incontra la passione e le radici corrono veloci quanto i buoi in gara.
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Cenni storici
Il nome Ururi si pensa derivi da Aurora, nome attribuito ad un Casale che sorgeva nei pressi dell’attuale comune. Il luogo preciso in cui era insediato, però, non è noto in quanto non sono stati rinvenuti resti di opere murarie. Si suppone fosse situato, insieme ad un antico monastero benedettino, nella parte più alta dell’attuale abitato di Ururi, dove oggi c’è il centro storico del paese. Il monastero era dedicato a Santa Maria così come la vecchia chiesa parrocchiale che sorge, appunto, nel luogo più alto del paese.
In merito alle origini albanesi, questa popolazione, poco prima del 1500 (per ripopolare i territori a seguito del terremoto del 1456), si era già stabilita nel Casale e può darsi che siano stati proprio i nuovi abitanti a dare la denominazione di Ururi. Due sono le ipotesi, o per assonanza “Aurora-Urure” o addirittura derivando dalla vecchia denominazione, quella più consona alla lingua albanese, “Rur – Ruri“. Il legame più forte con le origini è rappresentato proprio dalla lingua che ancora oggi si parla abitualmente: l’arbëreshë (l’albanese antico) conservato soprattutto nella forma orale.
Cosa vedere
Elemento caratterizzante il paese è la chiesa di Santa Maria delle Grazie che risalirebbe al 1026 ma che, dopo il terremoto del 1456, fu ricostruita nel 1718 e consacrata nel 1730. La struttura ha facciata barocca monumentale scandita in tre settori da cornici, il cui livello si assottiglia, durante l’innalzamento, fino a un triangolo centrale della sommità. Verticalmente scendono paraste con capitelli ionici. I portali sono tre e il campanile è una torre con cupola tipica delle chiese ortodosse. L’interno originale era a navata unica, poi sdoppiata nel 1812 e trasformata definitivamente in tre ripartizioni nel 1846. Lo stucco bianco è l’elemento che permane, poiché sono scarsi di dipinti, se non quelli delle cappelle laterali.
Fuori dal centro storico si trova il monumento ai caduti della prima guerra mondiale con due cannoni risalenti allo stesso conflitto. Sulla facciata di un palazzo, invece, fa bella mostra di sé una rappresentazione di Giorgio Castriota Scanderbeg (1405-1468), eroe nazionale albanese.
Tradizioni e gastronomia
Gli ururesi hanno a cuore la loro festa patronale, quella in onore del Santo Legno della Croce. Ogni 3 maggio si svolge la Carrese, una caratteristica corsa con carri trainati da buoi che percorrono un tragitto di circa 4 km con partenza dalla masseria Pantoni. I carri partecipanti sono tre: i Giovanotti (giallo-rossi), Fedayn (giallo-verdi) e i Giovani (bianco-celesti). Il carro che giunge per primo in paese è obbligato a seguire il percorso di via del Piano e via Tanassi, di 19 metri più lungo rispetto ad un altro percorso che, invece, possono scegliere di seguire gli altri carri. Vince il carro che per primo imbocca con metà timone via Commerciale, vicolo che conduce alla chiesa di S. Maria delle Grazie. Il giorno successivo il carro vincitore ha l’onore di trasportare il SS. Legno della Croce di Gesù per le vie del paese.
Ururi, inoltre, è città dell’olio grazie all’importante coltivazione di oliveti. Tra i piatti tipici, alcuni dei quali hanno nomi in lingua albanese, troviamo: il Tumacë, tipo di pasta fatto in casa, simile alle tagliatelle, la Pampanella, i famosi Torcinelli (involtini con interiora di agnello), i Poprati, dolce preparato con pasta lievitata, le Karanjullat, cioè le Canestrelle, dolce natalizio fritto nell’olio e condito con un velo di miele.
















